“Mia figlia ha ballato sulla forca”: repressione e resistenza delle donne iraniane

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Reyahneh aveva 26 anni. Il 25 ottobre scorso è stata impiccata dopo sette anni di prigionia, rea di aver ucciso chi voleva stuprarla. La pena di morte è stata eseguita dopo il rifiuto di concederle il perdono da parte dei familiari dell’uomo da cui la giovane, all’epoca nemmeno ventenne, si è difesa. Per essere “perdonata” Reyahneh avrebbe dovuto ritrattare, negare quel tentativo di stupro e dichiarare di aver colpito l’uomo per “errore”, restituendo così l’onore al suo aggressore. Ma lei non ci sta, rifiuta di mentire. E muore per questo.

Reyahneh Jabbari non è l’unica giovane donna vittima di un sistema che ha promosso a legge la disparità tra i sessi, la coercizione e l’umiliazione sociale: Fatemeh, Ezzat, Maryam, Soghra, sono solo alcune delle migliaia di donne torturate e giustiziate per motivi politici, sociali o familiari.  In Iran la discriminazione sociale è un fatto di Stato, e per capirne la portata si rimanda alle parole di Hashemi Rafsanjani, scrittore e politico conservatore che ricoprì la carica di Presidente dell’Iran dal 1989 al 1997: “L’eguaglianza non è primaria rispetto alla giustizia… Giustizia non vuol dire che tutte le leggi debbano essere le stesse per gli uomini e per le donne. Le differenze come statura, la voce, la qualità muscolare e la forza fisica mostrano che gli uomini sono più forti e capaci in tutti i campi. Il cervello degli uomini è più grande… Queste differenze hanno effetto sull’assegnazione delle responsabilità, dei diritti e dei doveri”.

Le restrizioni sociali

Con la rivoluzione Iraniana del 1979, punto di partenza del regime di Khomeini, si abbandonò la politica di modernizzazione in senso occidentale che era stata avviata da Mohammad Reza Pahlavi. Questo ha significato l’imposizione di misure restrittive per le donne, come il divieto di ricoprire cariche giuridiche, economiche  ed ogni altra mansione di responsabilità, nonché l’obbligo ad indossare “correttamente” il hijab che avrebbe dovuto coprire tutto il corpo ad eccezione di volto e mani. Fu inoltre imposto il divieto di usare cosmetici e fu raccomandato di non sorridere in luoghi pubblici. Le donne sposate avrebbero potuto cercare un impiego solo previa consenso da parte del marito, al quale spettavano anche le decisioni riguardanti la famiglia ed i figli. Ogni violazione era sanzionata con pene corporali che andavano dalle frustate alla flagellazione nei casi più gravi.

E sotto il regime di Mohammad Khatami le cose non migliorarono: su richiesta delle fazioni più estreme del regime il Centro Giudiziario Matyr Ghodusi, una branca della magistratura specializzata nella lotta contro ogni tipo di manifestazione della cultura occidentale, ha emanato un “codice di costume” ristrettissimo: le donne sorprese ad indossare “mantelli corti”, “colori sgargianti” o “tagli alla moda” sarebbero state arrestate e condotte presso un centro anti “corruzione sociale” per essere “riabilitate”.

Ad oggi, la più tragica piaga sociale che sta colpendo le donne iraniane riguarda l’acido. Decine di donne vengono attaccate per strada da ronde di uomini che gettano loro addosso secchi pieni di acido solforico. Che brucia, sfigura, acceca. Ad Isfahan, una splendida città persiana meta ogni anno di migliaia di turisti, le donne vivono nel terrore. Una ciocca di capelli che sfugge, un lembo di collo che si intravede, le farebbe considerare “malvelate”. Con rischi enormi e conseguenze permanenti. Malgrado la presa di posizione netta da parte delle autorità che condannano questi attacchi, nei fatti il parlamento ha recentemente approvato una legge che da più potere alla polizia religiosa, alle cosiddette “pattuglie della morale”,  il cui compito è “correggere” i comportamenti non congrui con i valori dell’Islam.

La resistenza

In risposta ad un regime così oppressivo, la battaglia per l’uguaglianza dei generi in Iran resta un fronte aperto, che porta migliaia di attiviste in piazza  a lottare per il diritto al divorzio e al lavoro. Le donne iraniane si battono anche per poter viaggiare liberamente, cosa che è ancora loro vietata, senza l’espresso consenso del loro “tutore” maschio. E il prezzo che queste donne stanno pagando è altissimo: Nasrin Sotoudeh, avvocato simbolo della lotta per i diritti umani, interdetta dalla professione e condannata ad 11 anni di prigione; Shiva Nazarahari, attivista e giornalista, stesso destino. E come loro centinaia di donne che si mobilitano e manifestano.

Nonostante il quadro possa apparire desolante, c’è un’altra faccia della stessa medaglia, rappresentata dal partito anti-teocratico dei Mojahedin del popolo iraniano, tra i più attivi all’opposizione e per questo dichiarato fuori legge. Nel 1989 Maryam Rajavi, membro di spicco dell’organizzazione nonché moglie del leader Mossud Rajavi, fu eletta segretario Generale del partito. Un partito al cui interno spicca una componente femminile senza precedenti: ben 24 donne presenti nel Consiglio Direttivo  – il più alto organo decisionale dell’organizzazione –  e una percentuale del 50% tra i membri del C.N.R.I.  (il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana) la coalizione legata al partito che si proclama “parlamento della resistenza e governo in esilio”. Le donne iraniane sono altrettanto presenti all’interno del braccio armato della resistenza con mansioni sia di logistica e approvvigionamento alimentare, sia propriamente militari: ad oggi nell’Esercito di Liberazione Nazionale iraniano il Capo dello Stato Maggiore, ufficiali e diversi piloti sono donne. L’importanza del C.N.R.I.  sta nel fatto che esso ha rappresentato e rappresenta ancora una speranza per tutti coloro che si oppongono al regime teocratico e misogino che vige nel paese, e nel fatto che, dalla sua formazione, moltissime donne hanno aderito alla resistenza, dentro e fuori dall’Iran.

Il programma politico del C.N.R.I. presentato da Maryam Rajavi, si occupa in maniera estesa dei diritti delle donne, sostenendo, tra le altre cose, la libertà di scegliere se indossare il velo, l’abolizione della poligamia e dello sfruttamento delle donne, la libertà sessuale e la parità con gli uomini in ogni ambito della società.

Le donne iraniane non sono quindi soggetti “passivi” di un governo  che le vuole coperte e relegate a ruoli marginali della società, ma esistono, e partecipano – non senza pagare un prezzo a volte enorme – alla vita politica e sociale del loro paese. E lo fanno  per sé stesse, per le loro figlie, e per tutte coloro alle quali la dignità è costata la vita.