G7 2015: verso un necessario ricompattamento dell’Occidente

Bundeskanzlerin Angela Merkel (im UZS), Frankreichs Staatspraesident Francois Hollande, Grossbritanniens Premierminister David Cameron, Italiens Ministerpraesident Matteo Renzi, der Praesident der Europaeischen Kommission, Jean-Claude Juncker, der Praesident des Europaeischen Rates, Donald Tusk, Japans Premierminister Shinzo Abe, Kanadas Premierminister Stephen Harper und US-Praesident Barack Obama sitzen in Schloss Elmau zu Beginn der dritten Arbeitssitzung der G7 zusammen.

Il G7 appena concluso ha mostrato tutte le sfaccettature dell’odierno mondo delle relazioni internazionali: buone intenzioni e cattive relazioni, minacce e promesse. I temi fondamentali del summit sono stati la crisi ucraina, la situazione economica greca e il cambiamento climatico.

Ban Ki-Moon incontra Renzi nel canale di Sicilia

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L’incontro trilaterale tra Ban Ki-Moon, Renzi e Mogherini non ha portato i risultati sperati. Le tre personalità politiche si sono incontrate a bordo della nave militare San Giusto al fine di preparare e persuadere il Segretario Generale sulle proposte italiane da mettere in atto con l’ausilio europeo e il placet internazionale dell’ONU. Evidentemente dalla parte italiana si era sperato in una promessa d’impegno più corposa da parte del Segretario Generale dell’ONU; promessa che avrebbe dovuto essere inerente l’autorizzazione ad intervenire in Libia per contrastare l’emergenza migranti. L’intervento dell’ONU sarebbe necessario in virtù dell’assenza di un governo unitario in Libia e delle difficoltà che stanno facendo tabula rasa delle già scarse possibilità di formazione d’un governo unico e unitario col quale dialogare.

“Mia figlia ha ballato sulla forca”: repressione e resistenza delle donne iraniane

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Reyahneh aveva 26 anni. Il 25 ottobre scorso è stata impiccata dopo sette anni di prigionia, rea di aver ucciso chi voleva stuprarla. La pena di morte è stata eseguita dopo il rifiuto di concederle il perdono da parte dei familiari dell’uomo da cui la giovane, all’epoca nemmeno ventenne, si è difesa. Per essere “perdonata” Reyahneh avrebbe dovuto ritrattare, negare quel tentativo di stupro e dichiarare di aver colpito l’uomo per “errore”, restituendo così l’onore al suo aggressore. Ma lei non ci sta, rifiuta di mentire. E muore per questo.

Ucraina: un paese spaccato

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Fonte: http://www.nanopress.it/cronaca/

È ormai una vera e propria guerra quella che si combatte tra Kiev e Mosca, nonostante le smentite e le rassicurazioni di Putin, che continua a negare l’intervento militare delle truppe Russe nei territori ucraini. Difficile dire chi ha ragione. Certo è che nell’est dell’Ucraina il conto dei morti continua a salire. Circa 30 al giorno, più di 2000 ad oggi. E sono i civili a pagare il prezzo più alto. Questo è quanto riferisce l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, denunciando che “entrambe le parti in conflitto commettono abusi che prendono di mira i civili intrappolati nelle zone urbane”. Tutto questo si traduce in torture, rapimenti ed altre gravi violazioni dei diritti umani. Il clima di tensione è fortissimo, basta poco per essere accusati di spionaggio, torturati ed uccisi.  Il Cremlino smentisce lo sconfinamento dell’esercito russo, ma la Nato diffonde le foto satellitari come prova. Ma per capire cosa sta succedendo in Ucraina occorre prima capire tutto ciò che ruota intorno alle vicende dell’ex stato russo, dall’indipendenza all’organizzazione politica, fino alle rivendicazioni e all’origine delle proteste.

Guerra di Gaza. Proviamo a vedere perché

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8 luglio 2014. Inizia l’operazione Protective Edge (Margine protettivo), ovvero l’intervento militare delle  forze israeliane contro Hamas a Gaza, in Palestina. Obiettivo dell’operazione è quello, secondo il Primo ministro israeliano Netanyahu, di distruggere i tunnel di cui Hamas si serve per infiltrarsi nel territorio israeliano da Gaza. In poco meno di due mesi, dopo continui bombardamenti aerei, e un’offensiva via terra delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) durata dal 17 luglio ai primi di agosto, il bilancio è di quasi tremila morti tra i palestinesi, soprattutto civili, e più di 250.000 sfollati, mentre è impossibile fare una stima esatta dei feriti. Ai bombardamenti aerei Hamas continua a rispondere con un fitto lancio di razzi, 3700 ad oggi, secondo il portavoce delle Idf, molti dei quali però intercettati dal sistema Iron Dome, progettato nel 2011 allo scopo di distruggere i razzi ed i proiettili “a corto raggio”, ossia lanciati da una distanza massima di 70 km. La crisi di Gaza si inserisce in una situazione regionale profondamente instabile già dal 2006, a partire cioè dalla schiacciante vittoria elettorale di Hamas, che da allora si considera la vera rappresentante del popolo palestinese, e che però ha portato ad un duro scontro con al-Fatah, quell’organizzazione politica “moderata” nata negli anni Cinquanta con sede in Cisgiordania, meno intransigente e più propensa a stringere accordi con Israele. Gli scontri culminarono nella “battaglia di Gaza”, una vera e propria guerra civile che di fatto ha portato Hamas a controllare la Striscia di Gaza in modo indipendente dalla Cisgiordania. Dopo l’embargo imposto nel 2007 da Israele per motivi di “difesa del territorio” che ha causato il blocco del passaggio anche di beni utili ai civili, come i materiali edili, la situazione politica di Gaza ha visto un mutamento nell’aprile 2014, quando Hamas e al-Fatah si sono accordati per la formazione di un governo di unità nazionale composto da tecnocrati non facenti capo a nessuno dei due movimenti e hanno stabilito di indire nuove elezioni. Per il governo israeliano l’accordo in questione era inaccettabile, “contrario alla pace”, come lo ha definito Netanyahu, perché uno dei fautori era Hamas, considerata un’organizzazione terroristica anche dagli U.S.A. e dalle Nazioni Unite. Ma il punto era anche un altro. Il patto per una Palestina unita metteva a repentaglio l’obiettivo di Israele di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. E ancora più grave, nonostante gli appelli del Primo Ministro israeliano, l’Occidente, ma anche le maggiori capitali arabe, avevano salutato con successo l’accordo che avrebbe garantito un governo palestinese retto da un Presidente moderato come Abu Mazen. È questo il motivo per cui il sequestro del 12 giugno scorso dei tre studenti israeliani, che nulla avevano a che vedere con l’esercito,ed il successivo ritrovamento dei loro corpi, il 30 giugno, sono stati “fattori scatenanti” in grado di stravolgere nuovamente lo scenario degli accordi politici: sequestro e omicidio sono infatti avvenuti in Cisgiordania, quella zona governata da al-Fatah e dall’Autorità Palestinese, in cui Abu Mazen ed i moderati esercitavano un controllo maggiore rispetto ad Hamas. Che ha smentito ogni coinvolgimento. Ma ormai era tardi. Una settimana dopo Israele ha iniziato a bombardare Gaza: e man mano che passano i giorni ci si comincia a chiedere fino a dove voglia arrivare Netanyahu, e quanto vogliono far durare questa mattanza. Sembra chiaro adesso che Israele non ha una strategia a lungo termine contro i terroristi palestinesi. E i morti aumentano.